La Pentecoste e la Pasqua di sangue

La rievocazione storica della Pentecoste a Melfi si annovera tra le più antiche del meridione italiano, ed è l’unica in onore dello Spirito Santo.

E’ un evento che si ripropone ogni anno nel giorno della Pentecoste dal lontano 1528, periodo di conflitto tra i francesi del casato d’Angiò e gli spagnoli d’Aragona, per il dominio del regno di Napoli.

L’esercito francese era capitanato da Odet de Foix che, degno della sua fama, assediò e espugnò il castello con un cruento attacco.
L’’eccidio di circa 5000 civili che seguì passò alla storia come “la Pasqua di sangue”.

Tale sorte venne decisa a Troia, località nei pressi di Foggia, suggerita da Pietro Navarro a cui vennero affidati 15000 soldati e l’appoggio delle famigerate “Bande Nere” di Orazio Baglioni.

Durante la notte del 23 marzo 1528, al secondo tentativo e con l’ausilio di una forte artiglieria pesante, aprirono un varco nelle mura della città e la invasero, saccheggiarono e incendiarono.
Perfino Giovanni III Caracciolo principe di Melfi, dopo aver impugnato le armi, dovette arrendersi per aver salva la vita.

La città, ridotta in cumuli di macerie e sangue, venne abbandonata da tutti i melfitani superstiti.
Circa 6000 persone trovando rifugio nei boschi del Vultune fino all’arrivo degli spagnoli liberatori.
Il rientro avvenne il giorno della Pentecoste e in quell’occasione i melfitani scesero dal monte in processione con il dipinto religioso trovato nella chiesetta rupestre detta dello “Spirito Santo” e fronde di castagno, in segno di pace e liberazione (tale episodio mi ricorda tanto l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, avendo forti analogie).

Gian Battista Cerone

Traduzione dal vernacolo melfitano della poesia di Sergio Cappiello.

Si racconta che una mattina d’inverno, in mezzo ai boschi freddi, si era levato il cappotto per darlo ad una vecchietta.
Ella non era altro che una maga “Fata Primavera”, che prima di sparire gli tocco la ronca dandole un potere.

Diventò forte per difendere Melfi dall’esercito francese, ma in battaglia a tradimento venne ucciso.
Ronca Battista Cerone l’unico eroe dei melfitani tanto buono di cuore che morì per proteggere i paesani.

La Leggenda di Ronca Battista

Il secondo attacco che quella notte i francesi sferrarono con l’aiuto micidiale dell’artiglieria pesante provocò terrore e panico negli animi dei melfitani.

Gli uomini dopo aver messo al riparo le proprie famiglie si prepararono a difendersi dall’attacco francese capitanato da Pietro Navarro, come loro anche un certo Giovanni Battista Cerone un omone alto e possente, boscaiolo ….” che una mattina tra i boschi incontra una vecchietta intorpidita dal freddo e gli regala il proprio mantello, era la fata primavera che, apprezzando il gesto del giovane donò poteri magici alla sua ronca toccandola”.

Con l’intensificarsi dei colpi di cannone, iniziarono ad aprirsi i primi varchi nelle mura di cinta lato ovest.
Gli attacchi diventarono sempre più numerosi e lunghi e trucidarono la popolazione di Melfi.

Nell’avanzare per la presa del Castello e del principe, i francesi incontrarono il boscaiolo armato della sua ronca, dell’amore per la famiglia e per il paese e tanto coraggio misto a disperazione.

Egli riuscì con la sua ronca fulminea e tagliente a tener testa al nemico.
Uccise circa 300 nemici fino a quando, ormai stanco, sopraffatto numericamente e colpito alle spalle cadde sui mucchi di cadaveri dei francesi.

Melfi e il suo eroe caddero nella notte del 23 marzo 1528.

Descrizione della festa

La notte del sabato alle ore 02,00 la banda musicale del paese si incammina partendo dalla chiesa di Santa Maria ad Nives, per dare la sveglia ai paesani e a invitarli al corteo.
Giunti tutti i cittadini al piazzale stazione ci si avvia a piedi alla volta della chiesa rupestre dello Spirito Santo.
Lungo le pendici del monte Vulture il corteo incontrano, alle prime ore dell’alba, altri pellegrini che hanno bivaccato nell’area durante la notte.

Dopo la colazione e la santa messa riprendono la via del Ritorno in Città.
Da qui si entra nella rievocazione, la stanchezza, il sole e l’attesa, porta la mente ad epurarsi dalle questioni temporali, e ad immergersi nella parte spirituale e religiosa della festa, e tutti insieme si accompagna il carro trainato da buoi che ospita l’icona dello Spirito Santo, la statua di San Michele portata a spalle, le fronde degli alberi di castagno e tantissima gente, per tutta la città fino al rientro in chiesa.

La suggestiva processione si fonde con il pagano corteo storico, gli sbandieratori, i cavalieri e con gli spettacoli d’armi, con spari e coreografie varie.
Il visitatore immerso in frastuono, colori, odori acri di polvere da sparo, si ritrova stanco ed affamato alla ricerca di un buon pasto.

Al pomeriggio riparte il corteo storico che all’arrivo in Piazza Duomo offre ancora esibizioni dei gruppi di sbandieratori provenienti da varie località italiane di tradizione medievale.

Con la premiazione dei gruppi e la santa messa in onore dello Spirito Santo e, poi verso sera, l’assedio finale alla Porta Venosina con le gesta di Ronca Battista, la presa e l’incendio del Castello, termina la rievocazione.

Naturalmente la mia descrizione sintetica lascia ampio margine alla partecipazione della festa che vi invito a scoprirla nei particolari.

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