Dagli Angioini ad oggi

La storia di Melfi dagli Angioini ad oggi, passando attraverso decadenza, terremoti e riprese economiche, ha scritto pagine  importanti per l’Italia e l’Europa.

Angioini, Aragonesi e la "Pasqua di sangue"

Con la caduta degli Svevi, la famiglia di Carlo d’Angiò si eresse a padrona dell’intero Regno di Sicilia, conservando ancora Napoli Capitale. 
Melfi scivolò lentamente in second’ordine dando gene ai melfitani di tramare con alcuni fedeli agli Svevi, istigando la popolazione contro gli invisi Angioini.  
Allo scontro per la città si aggiunsero gli Aragonesi, scatenando definitivamente la guerra, vinta dagli gli Spagnoli che conquistarono il Regno di Napoli. 

 

Di seguito, i Francesi non datisi per vinti riaprirono il conflitto e dopo un lungo assedio al castello di Melfi, tra il 22-23 marzo 1528 il comandante Odet de Foix, Visconte di Lautrec espugnò il castello.
Il cruento assedio della città passò alla storia come “la Pasqua di sangue” per ricordare la popolazione melfitana trucidata nella riconquista.
Tutte le fonti concordano su quanto accaduto, si differenziano per il numero delle vittime: tremila per alcuni, cinquemila per altri.
Per la fedeltà dimostrata agli Aragonesi la città venne distrutta e spogliata di tutti i suoi averi, e si dovette successivamente ricorrere a speciali incentivi per ripopolarla.
Ancora oggi, dopo secoli, tutti gli anni si rievoca quella Pentecoste con una processione a testimonianza di quei superstiti che rientravano in paese dopo essersi rifugiati in montagna per scampare all’eccidio, ma questo si rimanda ad un altro capitolo

Gli ultimi signori, i Doria

Dopo la guerra tra gli Angioini ed Aragonesi, ed eventi e episodi tra le famiglie dell’area nel contendersi la gestione del potere, la città di Melfi perse definitivamente d’importanza.
Nel dicembre del 1531 il re aragonese Carlo V confiscò ai Caracciolo il Principato di Melfi e lo assegnò in seconda battuta al nobile genovese Andrea Doria, suo fedele sostenitore.  
Con i Doria la città cadde nell’emarginazione più totale aggravataulteriormente dalla pressione delle tasse praticamente insostenibile. 
Restarono così signori di Melfi fino alla fine del sistema feudale conservando proprietà e latifondi ceduti con la Riforma Fondiaria degli anni cinquanta. 
Il declino della città coincideva con la crisi del XVII sc. che colpì l’intero Mediterraneo, ove Turchi, Saraceni e Spagnoli mantennero saldi i loro domini. 
La repressione portò agitazioni sociali, e nel 1728 la città insorse contro l’imposta della farina e del 1831 con la rivendica delle terre demaniali. 
Nel 1851, Melfi subisce un altro colpo con un terremoto violentissimo che provocò circa 700 morti e centinaia di feriti. 

Unità d'Italia: l'ultima delusione

Con l’unità d’Italia, Melfi, come tutta la Basilicata e il meridione in genere, sprofondarono nella povertà e l’oblio più assoluto. 

La conseguenza diretta di tutto ciò fu il “Brigantaggio” che si diffuse in tutto il meridione d’Italia, ponendo le basi della “questione meridionale”. 

Nell’aprile  1861 Melfi e tutta l’area vulturina vennero conquistate dalle bande capeggiate da Carmine Crocco, Generale indiscusso di tutti i briganti di origine rionerese.
Nonostante alcuni episodi violenti e  crudeli, Crocco venne accolto trionfalmente dalla popolazione melfitana per aver sbaragliato le guarnigioni Sabaude. La sua storia è stata raccontata in una fiction Rai di grande successo.

Il nome di spicco dei briganti melfitani affiliati era Domenico Zappella e la sua famiglia che con la famiglia Navarra ed altre componevano la banda dei “malacarne”, si distinsero anche due donne, Rosa Giulini e Filomena Pennacchio, per motivi di cuore. Tra tutti gli episodi bisogna citare il sacrificio di una donna che per proteggere la fuga di un gruppo di briganti perdette la vita in una zona di montagna denominata in seguito “Femmina Morta”. Da li a poco i Briganti vennero sopraffatti dai militari, e nelle peggiori condizioni di vita iniziarono le migrazioni verso le americhe.

Ferrovie e visione politica

Nello stesso periodo si inaugurava il tratto ferroviario Foggia-Rocchetta S.A.-Avellino del 1 marzo 1884, voluta e pilotata dal Senatore Floriano Del Zio.
Il 19 agosto 1892 venne messo in esercizio il tratto Rocchetta S.A.-Melfi-Rionero, e il 1 settembre 1898 il completamento del tratto fino a Potenza, per volere dell’Onorevole Giustino Fortunato, il quale seppe inserire il progetto in una visione più ampia delle ferrovie complementari di una legge del 1879.
Nel 1868, nasceva a Melfi Francesco Saverio Nitti grande Statista, presidente del Consiglio e più volte Ministro.
Nitti fondò il Meridionalismo Lucano con il conterraneo rionerese Giustino Fortunato.  

Il terremoto dell'Irpina e del Vulture

Nel 1930 un altro terremoto colpì le province di Potenza e Avellino ed ebbe effetti devastanti su Melfi.
Furono danneggiati e rasi al suolo monumenti, palazzi, chiese e conventi che non furono più ricostruiti ad eccezione della Cattedrale che necessitò di altri grandi restauri. 
Lungo le mura venne aperto un varco, oggi chiamato porta del Mercato.
Le macerie asportate colmarono parte del Vallone di Capogrosso, dove fu costruita la villa comunale, ad oggi una delle più belle e grandi della Basilicata. 

Una timida ma decisa ripresa

Negli anni cinquanta, la riforma agraria portò un piccolo miglioramento economico, non sufficiente per la popolazione che si vide costretta ad una nuova migrazione.
I miei genitori furono tra quelli costretti a partire. 

In seguito, investimenti esterni al territorio portarono alla realizzazione di alcune fabbriche e una miniera di importanza rilevante, bloccando quasi del tutto la migrazione. 
Tra gli anni ottanta e novanta, due grandi aziende (la Barilla prima e la Fiat dopo) hanno portato miglioramenti economici e sociali in Melfi e tutta l’area, affiancando le piccole realtà locali. 

In quegli anni si diffuse un movimento detto di “Melfi Provincia” che per motivi noti non ha mai avuto compimento.

Recentemente si sono avuti sviluppi artistici grazie alle riprese di alcuni Films e Fictions di successo. 
Ad oggi ulteriori sforzi l’Amministrazione sta affrontando per arginare nuove forme di migrazioni delle giovani menti, che presi da falsi bisogni e idoli, dimenticano il carattere di pionieri residenti che ha sempre contraddistinto il popolo melfitano.